Prima e dopo il selfie: storie di soggettività perdute

Dopo il trionfo dei mezzi corpi nelle foto, dei wurstel da spiaggia, dei piedi nel mare i primi di maggio, delle mani che inforchettano pietanze squisite, del braccio di lui e dei capelli di lei in giro per il mondo e bla bla bla… sono spuntate (e tornate) le facce.

È successo in modo abbastanza repentino: improvvisamente c’è stato il passaggio dalla massima espressione della soggettività senza soggetto, a quella del soggetto senza soggettività.

Primo caso (quello delle foto in cui c’è qualsiasi parte del corpo, fuorché il viso): c’è il punto di vista del fotografo, assolutamente personale e quasi completamente veritiero, dietro l’obiettivo non c’è solo un dito che preme a casaccio, c’è un occhio.

La faccia diventa il soggetto, il corpo l’oggetto.

La faccia, il concentrato di personalità e identità di un individuo, l’elemento più riconoscibile, cede il testimone a un’altra parte del corpo che inizia a rappresentare per metonimia tutto l’intero pacchetto e ambisce a diventare anche riconoscibile.

L’assenza della faccia, però, corrisponde alla massima presenza del soggetto, al suo occhio dietro la cinepresa, alla sua scelta ponderata di proporre una certa inquadratura e prospettiva.

Oggetto e soggetto si scindono e si uniscono al tempo stesso: lo spazio del soggetto è lo spazio della produzione, unito indissolubilmente allo spazio dell’oggetto in un punto visivamente nascosto ma anche dato per scontato.

L’assenza della faccia presentifica la faccia stessa e quello che essa rappresenta, la persona.

Strano ma vero, ad un certo punto la moda delle foto feticiste è passata (anche se non del tutto, è chiaro).

In verità, era improbabile che gente capace di farsi foto in ogni luogo che attraversa come fosse una bandierina segna conquiste di Risiko, potesse rinunciare per più di un’estate a far vedere la propria faccia.

E così fu. A cavallo fra il 2013 e il 2014 è arrivato il selfie!

Il selfie è diventato quello strumento che:

1-     Linguisticamente è la massima espressione del sé;

2-     Convenzionalmente è la massima espressione del sé;

3-     Tecnicamente è l’invol… ups! evoluzione del primo piano fotografico (quello da fototessera, che a differenza del selfie gode di una notevole distanza fra fotografo e fotografato di cui giovano naso e punti neri);

4-     Semioticamante parlando, è la morte definitiva della soggettività: non c’è punto di vista, e spesso non c’è coscienza del soggetto perché l’operazione dello scattare la foto diventa una combinazione acrobatica e fortunata di posizione, tempismo e fermezza della mano.

Non solo. La presenza del soggetto con il suo sorriso migliore si riflette e riflette la stessa fotocamera, l’oggetto che permette la foto, ed è in questo gioco di rimandi che la macchina fotografica diventa l’assoluta protagonista e artefice della scena, proprio come quando in un film lo sguardo in camera dell’attore palesa la presenza della cinepresa e ci ricorda che siamo vedendo proprio un film.

Il selfie è un continuo appello allo spettatore: al bando la spontaneità e la voglia di catturare “il momento” (vedi foto che segue): il selfie si rivolge a qualcuno, è fatto per un destinatario, e il destinatario di solito sono tutti gli amici di Facebook o Instagram.

Questo è un altro dato di fatto: se ti fai un selfie, come dice la definizione dell’Oxford Dictionary (ebbene, sì, è scritto anche lì) lo devi condividere, altrimenti, se sei un umano asociale e a-social ti fai una foto!

o-SELFIE-GAME-facebook

E per concludere, prendete le quattro caratteristiche sopra e dimenticatele perché c’è chi “selfie” lo scrive solo per nominare la propria foto.

Se Elle De Generes ci ha insegnato che con il lungo braccio di Bradley si riesce a fare il selfie più twittato della storia e tutti i “puristi” utilizzano la propria mano e la propria faccia contemporaneamente, c’è un altro gruppo di infedeli e pasticcioni che adesso chiamano selfie quella che prima negli album Facebook veniva nominata come “Io” o “Me”, ovvero semplicemente una foto di sé stessi.

In attesa che il mondo continui ad evolversi, che qualcuno riscriva le regole e si ribelli alla tendenza, io mi faccio una foto, in vecchio stile fetish, e nascondo la faccia!

Francesca Venezia

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