Gustavo Zagrebelsky. Aggregazione e disgregazione nella simbologia politica contemporanea

Quand’è che un simbolo diventa pericoloso? E che cosa significa “subirlo”? Esiste ancora una simbologia politica? Un confronto con l’opera di Gustavo Zagrebelsky.

Gustavo Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky, in Simboli al potere, spiega in che modo alcuni segni fortemente socializzati assumano un ruolo decisivo in politica, producendo un circolo virtuoso attraverso il quale le idee diventano azione e i fatti si trasformano in ideali collettivi.

Eppure questa – come ricorda lo stesso autore – è solo una sfumatura della simbologia politica, le cui funzioni comprendono anche la divisione, l’identificazione di un nemico e l’innescamento del culto del leader.

A tal proposito, Zagrebelsky introduce la nozione di “diabolo”, ovvero l’equivalente extra-territoriale del simbolico, la faccia del simbolo che esclude, segrega.

Tale duplicità è utile a comprendere l’essenza in movimento – o almeno in grado di suscitare una serie di processi secondari – propria della simbologia politica.

Il diabolo è per certi aspetti riconducibile a una rappresentazione dell’associazione significante-significato, in cui la scelta del primo e del secondo viene operata escludendo altri possibili “candidati”. Il simbolo “diabolico” individua infatti un’ortodossia, sanzionando – per così dire – ciò che è sbagliato/eretico.

Da qui il doppio funzionamento del simbolo: unisce e separa, salda e divide; forma e distrugge. Distrugge ciò che c’era prima per imporre un nuovo ordine, il proprio ordine simbolico.

Ma oggi esistono ancora dei simboli? O meglio: è possibile rinunciare ai simboli?

È un po’ come chiedersi se sia possibile rinunciare alle interpretazioni del mondo: rispondere di sì significa imporre una visione – indiscussa e “oggettiva” – su tutte le altre, giudicate sbagliate.

Anche l’oggettività è un parametro simbolico? Essa funziona come un diabolon attraverso l’imposizione di un paradigma, di criteri che consentono di imporre la dicotomia vero/falso, razionale/irrazionale. L’oggettività rappresenta, in questo senso, il livello più cristallizzato dell’ordine simbolico.

A livello economico, ad esempio, ci si può riferire alla moneta unica europea. Ciò si è visto, nel corso delle ultime elezioni europee, con l’affermarsi in più Paesi dell’Unione di partiti euroscettici per i quali, appunto, l’euro non è un elemento che unisce le nazioni ma le divide ed è il responsabile dell’attuale crisi economica. Si tratta, per l’appunto, del rovesciamento di un ordine simbolico a cui segue la sostituzione dello stesso con un altro ordine: è il contenuto che si forma nella condivisione di una rete di significati condensati in un significante, come sostiene l’antropologo Victor Turner.

È facile intuire il motivo per cui non è fuori luogo affermare che l’essere diabolico del simbolo ne favorisca la democratizzazione: esso non è una proprietà esclusiva, ma è accessibile a tutti liberamente. Il simbolo/diabolo può parlare, dopotutto, solamente attraverso la comunità politico-linguistica a cui appartiene: senza di essa, sarebbe vuoto, inefficace e in-significante.

Per il simbolo sembrano valere, in effetti, i tre ruoli barthesiani relativi al mito: quello del costruttore, del decifratore e del lettore; ruoli che ne favoriscono la formazione e la circolazione. E proprio come il mito, inoltre, il simbolo non è eterno: la sua mortalità è garantita in senso teorico proprio dalla doppia lettura (symbolon-diabolon) a cui è sottoposto.

Alberto Sonego

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