Quando la parola “identità” è sulla punta della lingua

L’India sta riscoprendo i dialetti locali e i giornali in lingua inglese registrano un calo delle vendite. In altre parti del mondo si sta assistendo a fenomeni simili… ma qual è il legame tra lingua e società? Alla luce delle più recenti teorie sulla narrazione potremmo infatti chiederci: una comunità politica, per esistere, deve potersi raccontare? E come funzionano le “maglie” di questa rete testuale?

NewsPa1

In un articolo recentemente apparso sul The New York Review of Book, Samanth Subramanian attira l’attenzione dei lettori su un dato in qualche modo anomalo: in India non si parla più l’inglese. O per lo meno non tanto quanto si faceva fino a qualche anno fa. Cos’è accaduto? A fronte delle incoraggianti statistiche riguardanti il tasso di alfabetizzazione, l’editoria indiana aveva puntato moltissimo sugli investimenti nelle pubblicazioni in lingua inglese. A sorpresa, non sono però questi periodici (quotidiani, riviste, ecc.) a essere i più letti del Paese, bensì testate quali Dainik Jagran (con più di 15 milioni di lettori), Hindustan e Dainik Bhaskar, scritte nei dialetti locali del subcontinente. Il Times of India si trova al settimo posto nella classifica, ed è l’unico quotidiano anglofono della top ten.

La domanda che molti osservatori internazionali si sono posti è la seguente: c’è qualche relazione tra queste statistiche e la vittoria del partito di Modi alle scorse elezioni? Sono entrambi sintomi politici di un cambiamento che vede l’affermarsi, in India, di un nuovo nazionalismo?

Lasciando questi interrogativi a chi si occupa di politologia, non possiamo tuttavia fare a meno di domandarci se l’elemento linguistico di questo confronto non sia di per sé già ideologico, già sintomo di una svolta identitaria.

La domanda che certe branche della linguistica (come l’interlinguistica o la sociolinguistica, nonché la dialettologia) ci possono aiutare a comprendere meglio, passa inevitabilmente attraverso alcuni risultati ottenuti dalla linguistica generale di impostazione saussuriana. In particolare, da quelle definizioni per cui una lingua “nazionale” si può imporre soprattutto in quanto lingua letteraria, e non a prescindere dalla geografia linguistica, ma, al contrario, assumendo da essa una specificità condivisa.

E se si sta producendo una letteratura, in effetti, lo si sta facendo per la disponibilità della stessa di essere intercettata da una comunità di parlanti, la quale perciò condivide e assorbe una certa concezione del mondo veicolata dalla lingua stessa.

Il caso indiano non è un caso isolato. Basti pensare ad alcuni provvedimenti adottati qualche anno fa dalla regione Friuli Venezia-Giulia in merito alla tutela della lingua (o dialetto?) friulana. E, in concomitanza a quelli, alla fioritura di riviste e opere letterarie in friulano. Un caso un po’ diverso, ma certamente pertinente, è inoltre quello del gaelico irlandese, lingua nazionale dell’Irlanda, che è in realtà una delle varietà dell’irlandese. Oppure il caso del francese del Quebec, fortemente difeso in quanto elemento che contraddistingue il Canada francofono da quello inglese, anche sotto l’aspetto degli usi, delle tradizioni, della storia (Je souviens non è un motto casuale).

 Alberto Sonego

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