Difendere l’indifendibile: la retorica di guerra nel conflitto a Gaza

Negli ultimi anni le guerre al terrorismo hanno trovato legittimità attraverso poche e ricorrenti costruzioni narrative, anche quando combattute in condizioni di evidente disparità e con altissimi costi in perdite di civili. L’offensiva israeliana su Gaza sembra riproporre lo stesso copione. Anche non mettendo in dubbio la nocività di Hamas, si può essere ancora così sciocchi da pensare che un’operazione militare possa ridimensionare degli estremismi? Poiché pensiamo di no, è probabile che la narrazione difensiva della guerra in corso sia una narrazione obliqua.

What would you do? IDF

Fare la guerra, specie per stati che si definiscono civili non dev’essere mai facile. Il rischio di indignare in modo spropositato l’opinione pubblica è dietro l’angolo, magari costringendo terzi – senza fare nomi noti – a una difficile, quanto sgradita, intermediazione.

A maggior ragione se uno dei due contendenti è in una posizione indiscutibilmente egemonica come succede nella striscia di Gaza. Qualcuno potrebbe chiedersi: perché ancora morti? Che senso ha insistere se sei già (più che) capace di difenderti? Potrebbe arrivare la mamma e dare ragione a quello che piange.

Se, nonostante l’andazzo, non si interviene da due settimane e persino lo sdegno pubblico si esprime in modo inoffensivo, viene da pensare che in questo, come in altri recenti casi, i “più forti” ci sappiano davvero fare.

Sulle trasformazioni semantiche che la retorica di guerra occidentale ha prodotto ci sarebbe molto da dire. È già stato osservato come discutibili operazioni d’attacco siano diventate “peace keeping”, o azioni di difesa, tra cui il caso attuale.

Ma potrebbe sempre venire il dubbio che un conto è usare razzi per difendersi da Hamas, un altro conto è lanciarne per abbattere costruzioni civili, con gli esiti che conosciamo.

Per evitare questo dubbio e poter protrarre la propria posizione egemone, occorre un opportuno storytelling dei conflitti.

A questo scopo, le narrazioni egemoniche usano narcotizzare le componenti politiche dei conflitti, rimpiazzandole con un ventaglio vario di racconti umanitari – conditi con una buona dose di emotività. Se il problema sono le vittime, le ragioni politiche dello scontro saranno accantonate e, di conseguenza, l’opinione pubblica smetterà di interrogarsi sugli interessi contrapposti che motivano in partenza gli attriti. Sarà più facile che la mamma dia la colpa a tutti e due, la violenza è sempre brutta.

Le opinioni cerchiobottiste che ricorrono sugli scontri a Gaza non fanno da meno, comprese quelle – assai in voga – che invitano, di fronte ai tanti morti, ad astenersi dalla critica. In altri casi recenti, comprese le guerre civili come il G8 di Genova, i topic narrativi degli scontri sono diventati i morti, la violenza fisica e le violazioni dei diritti umani. In tutti questi casi possiamo osservare una comune perdita di coscienza critica sull’evento: perché gli scontri, cosa è stato delle istanze in gioco, chi ha vinto o perso?

Il secondo motivo narrativo a cui siamo abituati, frequente in guerra quanto negli scontri di piazza, è l’isolamento di componenti violente deprecabili (Hamas è come i Black Block). È facile capire quanto l’individuazione di frange violente rinforzi il punto precedente. Inoltre, l’individuazione di un nemico pericoloso accende una scintilla razionale – altrimenti inesistente – a una spropositata iniziativa d’offesa, marcata come difesa.

È grazie all’esistenza di Hamas che, nonostante tutti i precedenti disastrosi di “guerra al terrorismo”, l’occidente accetta tacitamente le azioni militari israeliane. Si dimenticano, così, le ragioni strategiche di fondo che portano da anni Israele, proprio per difendere la propria superiorità, a compiere dei rush a cadenza fissa.

Allora razzi sì, ma che siano “chirurgici”, visto che il nemico è stato attorializzato, come diciamo in semiotica, in unità partitiva.

Nel merito della trasformazione in guerra chirurgica di uno scontro che – dagli esiti – chirurgico non sembra essere, c’è una novità alla ribalta: si tratta del “Roof Knocking”. Le Forze di Difesa Israeliane avvertono gli obiettivi civili prima dello scontro, con razzi segnalatori e telefonate alle case da abbattere. Una voce registrata comunica l’attacco imminente intimando agli abitanti di lasciare l’edificio. Grazie al controllo totale delle infrastrutture ITC palestinesi, Israele riesce a localizzare i residenti telefonicamente e a prevedere chi c’è in casa.

Si tratta di una tattica rivoluzionaria sotto più punti di vista: in fatto di comunicazione – contrariamente al sistema Iron Dome – è un successo trionfale.

A livello internazionale, l’avvertimento salvavita aiuta a edulcorare attraverso il topic umanitario azioni sostanzialmente offensive, legittimandole come mirati attacchi anti-terroristici, anche quando esercitate in sprezzo alle leggi di guerra. Internamente, la guerra armata diventa guerra psicologica: il potere esercitato è orwelliano, non più solo potere distruttivo (poter far morire), ma al contempo potere benigno (poter far vivere). Se da un lato le telefonate possono essere viste come una prevenzione umanitaria, dall’altro, ricordano alle vittime la loro subalternità nei confronti dell’aggressore.

La lista delle narrazioni tossiche potrebbe proseguire a lungo.

Quando sentiamo dire, in questo come in tutti i conflitti, che la verità sta nel mezzo o che occorre astenersi dall’esprimere una critica, bisognerebbe sempre chiedersi chi ha riempito i piatti della bilancia, di cosa siano pieni e dove sta – se mai ci fosse – il mezzo.

Davide Puca

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