L’interdizione dell’insulto: quando il segno disobbedisce all’autorità

Capi religiosi, leader rivoluzionari, rappresentanti democratici… tutti hanno cercato di disciplinare e limitare la diffusione delle offese. Ma perché?

Pensare che la “parolaccia” sia irrispettosa nei confronti di colui contro il quale viene pronunciata rappresenta il risvolto etico di un tabù radicato nelle società odierne, quello che potremmo definire il “tabù dell’offesa”.

In una conferenza dei primi anni Venti (raccolta in Rivoluzione e vita quotidiana), Leon Trotzki affermava che la parolaccia consisteva nell’esplicitazione della rabbia e della sofferenza della classe operaia; si augurava, d’altronde, che attraverso la rivoluzione questa “cattiva abitudine” potesse essere eliminata. L’idea che l’insulto – dal più semplice al più colorito – sia il sintomo di un pensiero incollerito, di un sentimento che guarda verso una qualche forma di sovversione della realtà, non è, poi, del tutto inattuale.

La demonizzazione dell’insulto e della parolaccia si riflette e si radica anche nel corpus legislativo dello Stato democratico. Nel codice penale ve ne sono numerosi esempi: il primo è quello dell’art. 724 che sancisce espressamente che proferire una bestemmia equivale a commettere un “illecito amministrativo”, punito con una multa dai 51 ai 309 euro. Un secondo esempio è quello dell’oltraggio a pubblico ufficiale, sancito dall’articolo 341 dello stesso codice. Reato (e non illecito, stavolta) che accorre non quando l’offesa è pronunciata contro il singolo, bensì quando viene proferita nei confronti dell’istituzione di cui il singolo fa parte. Come se ciò che non è consentito diffamare non fosse la persona, bensì il Corpo, o più profondamente il Nome. Straordinariamente simile al reato di lesa maestà, l’oltraggio a pubblico ufficiale stabilisce con forza ciò che è intoccabile, ovvero ciò di cui non può essere discusso “l’onore”.

Cartello bestemmia

Altro esempio, forse meno efficace di primo acchito ma molto rappresentativo, è quello del reato di vilipendio. Reato che coinvolge le più alte cariche dello Stato, e che si esplica, nuovamente, nel divieto dell’offesa, dell’insulto, della “parolaccia”. Il vilipendio, come ricordava Pier Paolo Pasolini, risale al codice penale fascista, e forse non è un caso. Fascismo del Nome, fanatismo del controllo nella diffusione di una potenziale critica all’autorità, all’istituzione. Perché, in fin dei conti, tralasciando ogni questione formale, ciò che resta dell’imprecazione è la sua carica sostanziale.

La questione dell’offesa a Dio segue più o meno la stessa linea. L’interdizione della bestemmia è una colonna portante dei monoteismi dell’area mediterranea. Essa è esplicitamente vietata dall’ebraismo non solo direttamente, ma anche attraverso la proibizione espressa dal secondo comandamento: “non pronunciare il nome di Dio invano”. A ben vedere, come nel caso delle istituzioni pubbliche, l’insulto si materializza nei termini di una messa in discussione dell’autorità, del suo Nome.

Il controllo della parolaccia passa effettivamente attraverso un preventivo controllo della circolazione dei nomi, ovvero di entità che hanno non solo il potere di evocare la Cosa, ma anche di esaminarla, estraendola dall’immaterialità del pensiero.
Solo ciò che può essere detto può effettivamente essere discusso, e possiamo dubitare soltanto di ciò che ha un nome. Un nome che possiamo “usare”. La sorveglianza dell’ortodossia si esercita così in due sensi: l’occultamento e il raddoppiamento (il Dio islamico ha 99 nomi ed è ognuno di essi).

L’offesa si manifesta dunque, in ogni campo della vita politica, come una forma di ribellione e di disobbedienza. Vale la pena di riflettere, a questo punto, sull’ampiezza del cosiddetto “diritto alla parola”.

Alberto Sonego

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