«Je ne suis pas Charlie»: come non guardarsi dentro

Ovviamente siamo tutti profondamente toccati dalla tragedia che ha colpito Charlie Hebdo. Tuttavia, la griglia di lettura che oppone razionalità e irrazionalità, laicità e integralismo religioso, non fa che depoliticizzare contraddizioni che appartengono molto più profondamente alla nostra società del volto lontano e mostruoso del terrorista. Propongo perciò un’analisi, e invito a dissociarsi dal primo, emotivo approccio che «ci fa essere tutti Charlie», cortocircuitando qualsiasi riflessioni critica.

Già nel primo pomeriggio, il 7 gennaio migliaia di persone si riunivano nelle piazze francesi.

L’assembramento cittadino ha sempre il fascino della generazione. Da una collezione d’individui irriducibili nasce un attore collettivo dotato d’identità autonoma. La quantità, in un guizzo, diventa qualità.

Così, quel pomeriggio, migliaia di persone si riunivano a Parigi, Marsiglia, Tolosa, Lione, ovunque, per spogliarsi di tutto ciò che li distingueva irriducibilmente salvo il tratto, vago ma pertinente, della solidarietà. «Je suis Charlie».

Nella sua vaghezza, tuttavia, la solidarietà iniziale lasciava intravedere le sue differenti provenienze. È questo il senso della parola «tutti»: prende in considerazione le differenze, ma non ne marca nessuna perché, pur essendoci, vanno tutte bene.

Una tale coesione è un boccone troppo ghiotto per un Governo in crisi di consensi (più che raddoppiato dopo l’attentato), per una forza xenofoba in ascesa come il Front National, per giornali e partitelli che giocano la loro linea editoriale su esercizi aerobici di apertura e chiusura mentale.

Ma per farne un sol boccone, bisogna masticare bene tutte le differenze; e rendere questa esperienza capitalizzabile. La totalità «partitiva» deve diventare una totalità «integrale»: non deve più distinguersi per le sue differenze interne, ma per quelle esterne. Deve esternalizzare le differenze, proiettandole sul volto del nemico.

Per una nazione ancora così ingenuamente attaccata all’illuminismo come la Francia – ma i progressisti di Repubblica non sono da meno – era facilissimo spianare tutte le proprie contraddizioni all’insegna di valori come la «laicità» e la «razionalità». Dall’altra parte, si sarebbero trovati i fratelli Kouachi, terroristi venuti dalla terra lontana dell’irrazionalità integralista e dell’assillo religioso.

Questa recrudescenza d’illuminismo stile Bignami è vile e strumentale.

Vile, la pioggia di commenti in difesa della libertà di espressione si associa a una lotta già vinta: Charlie Hebdo è stato salvato dall’estinzione da questo attentato, passando da 30.000 a 7.000.000 di copie; tutti i giornali hanno aumentato le loro vendite; un business planetario è stato lanciato sul tema (come fa notare Charlie, dimostrando non poca lucidità). Se accettiamo d’identificare la libertà d’espressione con il sistema informativo occidentale (!), allora questa non corre alcun rischio.

foto

Strumentale, perché tutto l’interesse per l’islam, tutta la preoccupazione di «salvare i musulmani buoni», la scelta di Charlie di rivendicare la satira religiosa e insistervi nella maggior parte delle vignette post-attentato, non fa altro che occultare una realtà endogena, alla Francia come all’occidente.

foto-2

Non solo perché di musulmani, in Francia, ce ne sono tanti. Ma perché, al di là della stigmatizzazione, o del condiscendente desiderio di comprensione per l’islam, gli attentatori erano, prima di tutto, due francesi. La proposta di ritiro della loro nazionalità da parte di Marine Le Pen, integrata in modo più o meno edulcorato nelle misure anti-terrorismo del primo ministro socialista Manuel Carlos Valls Galfetti, si iscrivono perfettamente in questo disciplinato esercizio di omertà.

Di fronte al fatto che sono terroristi, sembra insignificante che Chérif e Saïd siano nati in Francia, nel 10° arrondissement di Parigi; che, orfani da piccoli, abbiano passato la loro infanzia in centri per l’affido nella regione di Parigi; che abbiano saltato da un’agenzia interinale a impieghi precari per tutta la loro vita lavorativa; che abbiano appreso il significato della djihad in un penitenziario francese.

La loro storia è identica a quella di tutti marginalizzati occidentali, accompagnati passo passo nel cammino della piccola e media delinquenza dalle nostre istituzioni. Questo attentato non fa che esprimere una rabbia sociale che siamo sempre pronti a disconoscere.

Solo un dibattito orientato ideologicamente a politiche securitarie può ridursi, in Francia come altrove, a opposizioni superficiali come quella tra razionalità e irrazionalità, o tra laicità e integralismo religioso. Se essere Charlie significa giocare la partita già vinta dell’occidentalismo, allora «je ne suis pas Charlie».

Carlo Andrea Tassinari

Annunci

7 risposte a “«Je ne suis pas Charlie»: come non guardarsi dentro

  1. Da semiologo trovo molto interessante come – senza scendere nel merito – questi eventi comunicativi che si diffondono principalmente nei social media, siano costantemente caratterizzati da una prima ondata euforica, seguita immeditamente da una seconda disforica.
    L’ultima elezione papale ne è stata un esempio perfetto: Bergoglio è stato proclamato santo il giorno dell’elezione ed accusato di essere uno sporco fascista collaborazionista l’indomani. Lo stesso schema si è ripetuto ora con la prima ondata di “Je suis Charlie” e la seconda di “Je ne suis pas Charlie” entrambe largamente prevedibili. Un esercizio di retorica probabilmente inutile, ma che permette a tutti di sentirsi partecipi, di provare il caldo abbraccio dell’unanimità o il brivido elettrico dell’andare contro tendenza.
    Come già detto non voglio assolutamente entrare nel merito di questo articolo – peraltro ben scritto – ma non posso fare a meno di trovare più interessante una riflessione generale su queste “maree d’opinione” che le varie analisi politiche sulla vicenda.

    • Vorrei sciogliere un malinteso. Dal commento di Mattia sembra che io abbia preso posizione contro Charlie, allo stesso modo in cui si è preso posizione pro e contro il Papa. (Povero Charlie, se sapesse!)

      Questo paragone mi pare completamente campato in aria. Non solo perché l’attentato di Parigi e Bergoglio hanno veramente poco in comune. Ma soprattutto perché l’articolo non dice “sono pro o contro Charlie”: si limita a indicare le condizioni – le forme del contenuto, se vogliamo – alle quali è stata espressa solidarietà al giornale; e aggiungo in conclusione che a queste condizioni, a queste forme di solidarietà (“l’occidentalismo”) non ci sto, e che la “buona solidarietà” deve assumere altre sembianze (riprendere un dibattito serio sulle prigioni come l’aveva avviato, ad esempio, Michel Foucault; ripensare la libertà d’espressione in un paese che ha bisogno di un attentato per rinvigorire la propria stampa satirica; ripensare completamente le proprie politiche d’immigrazione e integrazione socio-culturale; ecc.).

      Già, “da semiologo”, non entrare nel merito mi sembra bizzarro, ma almeno leggere..!

      • Caro Andrea,
        non volevo certo offenderti e mi sembra che non hai capito ciò di cui sto scrivendo. Non certo di essere “pro” e “contro” Charlie Hebdo, ma di essere parte di uno schema comunicativo che si ripete. Il paragone non è “campato in aria”, come dici tu, ma è uno schema che si ripete abbastanza spesso nei social network: ad una qualche ondata di entusiasmo e conformismo ne segue una contraria di distacco ed anticonformismo. Come ho specificato non volevo entrare nel merito del tuo articolo (personalmente non amo discutere di potica su internet, ma non per questo penso non vada fatto), ma essendo il quinto ho giù di lì che leggo con il titolo “Je ne suis pas Charlie”, ho pensato potesse essere interessante una riflessione più ampia sul fenomeno.
        Lo slogan stesso, usato nei due momenti, è sintomo di una struttura soggiacente: “Je suis”/”Je ne suis pas”, affermazione identitaria e negazione di comunanza.
        Non intendo certo dire che ci sia malafede, che tutto ciò che fa parte di queste “maree” sia ingenuo o che nulla di intelligente possa essere detto in questo ambito. Ne metto in dubbio l’utilità, questo sì, principalmente per l’enorme rumore che avvolge la faccenda, che depersonalizza e sbiadisce tutti questi messaggi a causa della loro enorme ridondanza.
        Va anche sottolineato che con lo stesso titolo di questo articolo, ne ho visti altri che si abbandonavano al “Saira sì, ma non esageriamo”, che è assolutamente opposto a quelle che mi sembra siano le idee di Andrea. Perché quindi ci si ritrova a condividere il titolo, più o meno nello stesso momento, avendo contenuti così diversi?
        La risposta, secondo me, va cercata nelle meccaniche della comunicazione virale e nella costruzione ed affermazione di identità in rete.

  2. Ma no, tranquillo Mattia, non sono offeso per niente. È solo per dire che, se ci sono maree di opinioni, nondimeno mi sembra necessario gettarvisi per esplicitare i nodi del dibattito. Non è a questo che serve la semiotica?

    Anche un articolo che parla del linguaggio anti-terrorista non può fare a meno del linguaggio per esprimersi. Per questo, credo, è importante sottolineare una volta di più quello che si dice non solo all’inizio o alla fine, sono o non sono Charlie, ma quello che sta nel mezzo: a quali condizioni esprimiamo solidarietà? Sono tutte uguali e ugualmente accettabili? In fondo è la scelta del percorso che dà un senso sia all’origine, che alla destinazione.

    E in questo percorso è inevitabile, anzi, assolutamente necessario “entrare nel merito”, proprio per studiare le “meccaniche della comunicazione”. Anche l’analista del discorso, che non può impedirsi di parlare per criticare la parole altrui, ha una sua situazione in queste dinamiche. È solo da un’onesta presa di posizione dall’interno, e non dalla pretesa di rimanere a distanza, fuori dalle onde, che può nascere la critica. Non sei d’accordo?

    • Sicurmante il metalinguaggio è, per forza di cose, linguaggio e (per fortuna?) abbiamo da tempo abbandonato l’idea di poter analizzare il linguaggio con formule simil-matematiche. E sono perfettamente d’accordo con te nel dire che, volente o nolente, l’analista del discorso, si inserisce nelle dinamiche socio-comunicative del suo contesto, anche se, a parer mio, ha il dovere di esserne cosciente.
      Non ha mai voluto dire che il tuo articolo non andasse fatto, ma che rischia fortemente di perdersi nella marea.
      Il mio commento, più che una critica, voleva essere un possibile indirizzo per ricerche future: non limitarsi ad una semiotica sociale, ma allargarsi ad una semiotica della cultura, capace di comprendere queste dinamiche, per poi, eventualmente, elaborare un modo per potervi entrare senza rischiare di esserne risucchiati.
      Per restare nella metafora: prima si studia il ritmo e la direzione delle onde, e poi si può prendere la tavola da surf e scivolarci sopra! 😉

  3. È esattamente quello che mi par di fare, cominciando a smontare il lato “euforizzante” del discorso anti-terrorismo; scelta di partenza che si giustifica per il fatto che questo lato domina. Poi sulla scelta frettolosa de titolo, ad esempio, si può discutere. Ma i mezzi per non perdersi nella marea sono quelli che sono. Diciamo che, dal punto di vista del contenuto dell’articolo ho fatto del mio meglio. Secondo me “l’analisi della cultura” si fa così, o almeno è un modo per farla. Purtroppo non capisco proprio, però, quale sarebbe il tuo, di modo..! Resti un bel po’ vago! Ed è un peccato, perché il tema a mio avviso è interessante.
    Saluto!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...