Neri di rabbia. Gli anarchici e l’uso del colore nero

L’uso dell’acromatico nero nel discorso politico occidentale è ancora una volta connesso al movimento anarchico. Tracciare alcuni valori simbolici associati alla sua presenza permette di comprendere meglio l’armamentario simbolico di un’intera generazione dopo, come l’ha definito Todd May, ‘il fallimento del marxismo’.

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Dalla prima bandiera nera di Louise Michel il socialismo storico ha stretto un legame essenziale con l’uso dell’acromatico nero. Talmente vincolante che perfino su alcune bandiere del primo P.C.I. possiamo trovarne delle tracce. Quello del ‘nero’ è stato un percorso parallelo e in concorrenza col ‘rosso’ inglobato nella prima metà del secolo scorso dal discorso marxista, riappacificato in seguito dalle scelte anarco-sindacaliste (basti ricordare la bandiera rosso/nera della CNT-AIT) e dal crescere dei movimenti antifascisti. Il nero, nel discorso politico anarchico, si è accompagnato inoltre a molti altri colori, come il bianco: dall’anarchismo cristiano di Lev Tolstoj alle grafiche punk dei pacifici Crass.

Se il movimento socialista d’ispirazione anarchica evidenziò la propria presenza con l’aiuto di questi drappi le ragioni vanno scovate in un ‘nero’ sinonimo di povertà. Ragion per cui le masse lavoratrici trovarono in questo colore non solo l’annullamento di ogni differenza nazionale, ma anche un elemento coerente all’armamentario quotidiano, un modo pratico per avere vesti sempre presentabili, dal lavoro alla manifestazione.

L’acromatico ‘nero’ crea quindi una differenza con la sua organizzazione interna, basata sulla scarsa luminosità. Il valore di questo radicale può spingere a ipotizzare alcuni aspetti legati al discorso politico: la disforia creata dall’assenza di luminosità è tematizzabile come “cancellazione” di ogni altro colore, quindi di ogni altro tipo di bandiera. E ancora, ‘rabbia nera’ espressione diffusa che garantisce una sicura associazione cromatica al proprio stato patemico, in questo caso pure di massa. Per quanto non sia possibile ricostruire una precisa genealogia di quest’uso, possiamo ancora individuare dei valori stabilitisi nell’arco temporale fin qui discusso.

Del ‘nero’ resta soprattutto un valore totalizzante e lugubre. Un manto pesante in grado di spandersi verso aree semantiche differenti. Dai primi pirati si è oggi passati a metropoli rigurgitanti ravers, dark, emo, skin, metallari e molte altre popolazioni subculturali legate allo sfoggio del fosco colore. Nella popolazione anarchica, in particolar modo d’area individualista, sembra però rimanere elemento principe, indipendentemente e a discapito del testo che lo sostiene (bandiera, ‘a’ cerchiata, fiocco etc.). Torna prepotente, con il suo uso strumentale, lo sfondo vestimentario. Non è infatti trascurabile come il Blocco Nero (il cui incipit va però ricercato fra le fila Autonomen), oltre ad aver proposto una presenza simbolicamente forte, abbia garantito una sicurezza nella pratica di piazza: associabile ora a stati di collettivizzazione dell’invisibilità ora a modelli di riconoscibilità e distinguibilità immediata rispetto agli avversari (polizia, strutture etc.). L’attore ‘blackbloc’ promette un’omogenea performance di ‘copertura’ e ‘travolgimento’ che, concessaci una breve licenza poetica, si fa bandiera contro la metropoli.

Fra passato e presente, alcune linee di continuità valoriale possono allora essere riconosciute. E alcune sospettabili associazioni possono essere ipotizzate fra questa gradazione cromatica e il ricorrere del motivo anche al di fuori del discorso politico. Se dalla povera eleganza, che nasconde la sporcizia, la dimensione più pratica passa all’anonimato dei “blocchi neri”, il fine simbolico e identitario rimane in gioco, sospeso com’è fra differenti aspetti: negazione dello status quo, rabbia, tristezza, minaccia, dannazione etc.

Il colore ‘nero’ internazionalizzato rappresenta molto di una struttura discorsiva. Potremmo azzardare la più semplice delle constatazioni a riguardo del suo diffondersi nel contemporaneo, ovvero un evidente parallelo simbolico con la prima fase bakuniana, quella del Verwirrung.

Matteo Modena

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