Immagine fotografica e prospettive politiche. Analisi di un falso di culto

Poco tempo fa si è appreso che una foto simbolo del conflitto israelo-palestinese era un falso. O meglio, non proprio un falso, semplicemente una messa in posa di un concetto, quello della pace possibile fra i due popoli, “recitato” da due bambini entrambi israeliani. Ma non è tanto nella storia dello scatto, quanto nel contenuto della sua immagine che si può ritrovare la vera falsità del messaggio veicolato dalla “messa in scena”.

L'immagine dell'abbraccio tra un bambino israeliano e uno palestinese fu costruita ad arte su richiesta di una rivista canadese: e i bambini erano entrambi ebrei

L’analisi di una fotografia deve partire da ciò che mostra, da ciò che si vede: due bambini, uno apparentemente israeliano, l’altro apparentemente musulmano, che si abbracciano.

L’abbraccio suggerisce evidentemente l’idea della pace, ma l’uso del tutto strumentale (per ragioni editoriali) di due bambini vestiti apposta con indumenti tipici ma non propriamente infantili sembra sottendere un concetto più complicato: quello della purezza dei bambini in contrasto con lo spirito corrotto degli adulti. Perché dovrebbero essere dei bambini, e non degli adulti, a rappresentare l’idealtipo della rappacificazione? Perché dovrebbero essere scevri dalle sovrastrutture della guerra, della geopolitica, dell’economia. Il loro sentimento di pace è totale in quanto immediato, nel senso di non mediato appunto da altre questioni oltre che dal loro essere bambini (e quindi esseri umani). La pace assume così un carattere idealistico, quasi di buon senso: “se lo capiscono anche i bambini, se è così facile, deve essere giusto”. Insomma, quello che potrebbe dire qualunque aspirante miss Italia affermando che il suo sogno è la pace nel mondo.

Pur cogliendo l’importanza delle immagini nella costruzione di una prospettiva politica, anzi, proprio comprendendone l’importanza, possiamo condannare la falsità di questa foto: essa risiede nella sua superficialità e grossolanità; pare affermare che se la soluzione è così semplice e limpida anche il problema è di facile comprensione, ripartendo in maniera uguale le colpe fra gli “adulti” palestinesi e israeliani, secondo il fastidioso ritornello per cui in una guerra nessuno ha ragione e tutti hanno torto.

Se il vero obiettivo è la pace in Palestina, l’analisi delle responsabilità della guerra deve essere affrontata molto più seriamente di così, perché la pace non è affatto uno stato naturale delle cose che si ottiene affidandosi alla semplicità e alla bontà dei sentimenti, ma è uno sforzo, è una vera e propria lotta contro le classi dirigenti belliciste, contro l’industria militare, contro le potenze imperialiste, quali Israele e suoi sostenitori europei e americani confermano ogni giorno di essere.

Il pacifismo non si porta avanti sostenendo bandiere colorate, ma sostenendo la resistenza dei popoli oppressi.

Riccardo Rinaldi

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