Talkpolitik. L’esercizio cooperativo del disgusto

Gramsci odiava l’indifferenza della società perché aveva l’effetto di neutralizzare il più intelligente calcolo politico. Per Gramsci la politica era un esercizio nobile, perché permetteva alla popolazione di auto-determinarsi. Oggi i talk show hanno trovato il modo di dare una funzione politica all’indifferenza. Essa consente una rappresentazione degradata sia della società che della politica, mantenendo in due sfere prive di continuità «problemi» e «soluzioni». Se Gramsci odiava l’indifferenza per la sua disfunzionalità politica, forse noi dovremmo odiarla proprio per la funzione politica che assume.

«Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.»

A. Gramsci, Indifferenti, 11 febbraio 1917

È matematico.

Se guardate Annozero, Servizio Pubblico, La Gabbia, Piazza pulita o L’Arena, non potete fare a meno di abbandonarvi, durante o dopo la puntata, a un sentimento di schifo, disillusione o disgusto per tutto ciò che vi è indicato come «politico». Che si tratti di personaggi, «strategie» o istituzioni. Tutto.

Rassicuratevi: non siete voi. State semplicemente adeguandovi allo spettatore ideale che il programma presuppone. «Ideale» non perché siete proprio il gonzo che la televisione manipolatrice voleva fregare; ma perché, per capire il senso del programma, è impossibile non aderire almeno in parte al suo ideato. È il programma che è fatto così.

Fin qui, pura fisiologia del senso: la comprensione è già una forma di condivisione, per quanto superficiale o temporanea. Vale però la pena di chiedersi come funziona il meccanismo che ci costringe al penoso esercizio cooperativo di disgusto.

(In realtà, c’è a chi piace: altrimenti nessuno guarderebbe il programma).

In primo luogo, si fornisce una triste panoramica di «problemi sociali»: la disoccupazione, la fuga dei cervelli, la povertà. A piacere. L’importante è che si metta in scena il «popolo», vestiti casual e italiano colloquiale, lamentoso e passivo di fronte alla sfiga che lo sovrasta. La sfiga di nonna Rina e i suoi ventiquattro nipotini.

Questa drammatizzazione del sociale lo priva di qualsiasi possibilità di auto-determinazione. Lo depoliticizza dandone una lettura classista, ma non «di classe». La società si interessa ai «problemi» solo perché la risparmiano o la distruggono, non perché essa ne sia responsabile.

I responsabili ne sono i politici, troppo impegnati a litigare tra loro per rispondere all’appello di questa compatta schiera di problemi, che s’impongono con l’evidenza di ciò che è Legge, Realtà, Natura indiscutibile. Perciò, nel dramma sociale, la politica è sistematicamente marcata in quanto assente.

Già lo sento, Santoro (dico Santoro, ma potrei dire Giletti, Formigli, ecc.): «Brunetta! Cosa risponde a nonna Rina e ai suoi ventiquattro nipotini?» In studio, Brunetta (o i suoi omologhi), in giacca, camicia e tentativo di un lessico standard o addirittura forbito, spiega che ha fatto il possibile ma che non è bastato, o accusa altri di ciò in effetti avrebbero dovuto fare (l’aveva detto!). Anche i politici sono d’accordo, quindi, sulla fondamentale inutilità della politica.

Ora, accettare la doppia definizione di una società priva di orientamenti politici interni, congiunta a una politica ridotta a cinici parlatori inadempienti, significa trasformare un particolare meccanismo fisiologico in patologia cancerogena, perché legittima logicamente la società civile al disprezzo indiscriminato di ogni contenuto politico.

Per non affaticare il pubblico a casa, il dibattito si riduce così a due figure fondamentali: «l’uomo del fare» e «l’opinionista». Purché «faccia», il primo può sottrarre al giudizio popolare i contenuti delle sue decisioni e, allo stesso tempo, ne rende superfluo il dibattito.

Dacché «dice», il secondo fornisce un contributo, l’opinione, competamente indifferente a qualsiasi altro, dunque privo di valore. Tutte le opinioni, per definizione, «si equivalgono»: è dunque logico disinteressarsene.

L’alternativa non è tra opinioni e verità di fatto, tra talk e show. L’alternativa è tra opinioni equivalenti e saperi differenziati.

L’unico modo per differenziare i contributi degli invitati è riuscire a moltiplicare i ruoli assunti da chi parla. Non si chiede molto. Solo che il cronista, per essere giudicato «serio», riesca tirare fuori più due tipi di interlocutori dallo stuolo di ospiti di cui dispone. Sarebbe così possibile ricongiungere ciò che si dice al percorso che permette di valutarlo.

L’opinione, in fondo, non è che un sapere astratto dal lavoro necessario alla sua produzione.

Carlo Andrea Tassinari

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