ICTs e cambiamento sociale: qualche domanda per una consapevolezza critica

Oggi il pensiero di quella che ormai è universalmente nota come “la crisi” attanaglia moltissime persone. In Italia si corre ai ripari sotto tutti i punti di vista, chi può si trasferisce all’estero, chi non può accetta compromessi e scende a patti con le proprie aspettative, ansie, principi e così via. A tutto questo si aggiunge un brodo di tecnologie e soluzioni dai nomi sfavillanti e ai più scarsamente comprensibili, che vengono promosse ormai anche dai telegiornali, come sharing economy, start up, big data, fablab… In particolar modo per la generazione oggi compresa tra i 20 e i 30 anni, sentirsi sotto certi aspetti un po’ come dei piccoli “Pereira” potrebbe non essere affatto strano: che futuro si prospetta e in quale luogo, quali i punti di riferimento? Cosa farne dei sogni fatti in tempi migliori? Cosa farne dei propri valori, della strada fatta o intrapresa, per esempio all’università?

Information and communication technology

Pereira, nel romanzo, scappa in Francia, per essere se stesso e più portoghese forse dei portoghesi che restano (il libro è pervaso da un certo senso di solitudine e nostalgia, ma quello che si vuole sottolineare qui è il costante senso di straniamento che avvolge Pereira. Pur essendo un giornalista non è informato e non è infine una sorta di principio razionale a guidarlo, ma sono più che altro quelle che nel libro vengono chiamate “le ragioni del cuore”. Per Pereira è difficile farsi un’idea di quale sia la propria collocazione e identità. La nostalgia lo persuade a “frequentare il passato” invece del futuro, finché…). Nel numero di gennaio, l’editoriale della rivista Wired si esprimeva in chiave simile, sintetizzando una lettura drastica sulla situazione italiana e descrivendo così gli individui intraprendenti che decidono di spostarsi all’estero e puntare sull’innovazione:

“sono persone che hanno deciso di essere prima di tutto esse stesse, come avrebbe detto il mahatma Gandhi, il cambiamento che vogliono vedere nel mondo. Utilizzando le proprie energie per inventare e sbagliare ogni giorno. Dal basso, con uno smartphone in mano e sul volto l’aria discola di chi non chiede permesso e scardina il sistema con l’innovazione dirompente.(Massimo Russo, Wired, editoriale, gennaio 2015).

Senza necessariamente scomodare Gandhi, anche un personaggio letterario come Pereira, nel suo piccolo, è diventato un pezzo del cambiamento che avrebbe voluto vedere. Siamo un po’ tutti dei piccoli Pereira pieni di nostalgia, ma anche bisognosi di cambiamento? Cambiamento liberatorio (a volte dalle pretese rivoluzionarie) che viene, almeno in apparenza, prontamente servito dalle “nuove tecnologie” soprattutto nel campo della comunicazione. Vale quindi la pena di porsi qualche domanda a proposito di queste ultime, in quanto vengono spesso menzionate (anche) come mezzi per ottenere dei cambiamenti sul piano sociale: a cosa servono e come ci poniamo, in quanto membri di una società, in particolare, nei confronti delle Information and Communication Technologies?

Certamente la risposta non può arrivare in un post come questo e forse nemmeno la domanda può essere compiutamente formulata qui, ma è possibile provare a suggerirne una parte che riguarda alcuni quesiti di natura almeno parzialmente semiotica: ci interroghiamo infatti sulla realtà che ci circonda, sull’identità sociale degli individui e come viene rappresentata in rete, sulle interazioni che possiamo avere (di che tipo, con chi o cosa) e sui concetti su cui l’interpretazione corrente della realtà si basa, quando passa attraverso la condivisione di informazioni online. Ecco allora alcuni spunti di riflessione diversi tra loro.

Manuel Castells, già diversi anni fa, sottolineava come l’ideologia della libertà diffusa nel mondo di Internet non fosse una cultura fondante, perché non interagiva direttamente con lo sviluppo del sistema tecnologico: “la libertà può essere utilizzata in tanti modi.” (Manuel Castells, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p.45). Internet sembra essere il fulcro principale delle interazioni e innovazioni tecnologiche dell’ultimo decennio, si presenta come un sistema complesso di cui è difficile distinguere le componenti. Ma quanto complesso? Come vanno interpretate le opportunità, dalle sembianze magiche, che la tecnologia sta aprendo? Come costruire in positivo? Chi spinge chi e verso cosa?

In una nazione che slitta sempre di più verso l’arretratezza culturale e tecnologica si pongono a maggior ragione grossi problemi di tipo sociale, culturale ed etico in relazione proprio alle Information and Communication Technologies (ICTs). Il senso comune predica spesso come “la tecnologia cambi la vita in meglio”, ma la cosa che rimane difficile mettere a fuoco è come e se si tratti di un mezzo attraverso cui operare liberamente: sta alle persone fare in modo che il cambiamento sia significativo e sia per il meglio.

Daniel Dennett evocava l’importanza di quelli che lui chiama thinking tools (Daniel Dennett, Intuition Pumps And Other Tools for Thinking, W. W. Norton & Company, NY, 2013), che appunto permettono di pensare, di gestire le informazioni e ricavarne di nuove, oppure agire di conseguenza. Questi attrezzi per la mente corrispondono non soltanto a quelli classicamente intesi (le parole, la logica ecc.), vi si aggiungono “le nuove tecnologie”. Il tipo di interazioni possibili, unito all’accesso a una mole mai vista prima di dati che necessitano di essere interpretati, modifica il modo di pensare e secondo Dennett siamo diventati in media più abili e veloci.

Luciano Floridi si pone, coerentemente con questa realtà, problemi di etica dell’informazione (Luciano Floridi, The fourth revolution, Oxford University Press, Oxford, 2014; Luciano Floridi, The Ethics of Information, Oxford University Press, Oxford, 2013). Le ICTs pongono in questione uno degli assunti più basilari che ha governato il moderno modo di pensare antropocentrico: l’essere agent oriented. Floridi suggerisce l’individuazione di uno slittamento: diventare patient oriented. In un passaggio da un sistema di pensiero che vede come centro l’essere umano e il suo porsi costantemente delle domande, ad un sistema che vede come centro l’oggetto delle domande che l’essere umano si pone e il suo essere in relazione con esso in un’ottica che non ruoti esclusivamente attorno a una logica di responsability ma di accountability, (in cui gli esseri umani sono “agenti” e gli oggetti tecnologici e naturali vengono presi in considerazione come “pazienti” che possono interagire con gli agenti), i quesiti di natura etica legati al mondo dell’informazione tecnologica sembrerebbero “allinearsi” con quelli legati alla politica, per esempio, o all’ambiente: a porsi al centro della riflessione etica è il mondo (ontocentrismo) e il modo in cui gli esseri umani si interrogano in base alle loro interazioni con esso. A cambiare è anche il modo di guardare alla relazione tra emittente e ricevente.

“The profound and widespread transformations brought about by ICTs have caused a huge conceptual deficit. We clearly need philosophy to be on board and engaged, for the tasks ahead are serious. […] We may need to reconsider and redesign our conceptual vocabulary and our ways of giving meaning to, and making sense of, the world (our semanticizing processes and practices) in order to gain a better grasp of our age, and hence a better chance to shape it in the best way and deal succesfully with its open problems.(Luciano Floridi, The fourth revolution, Oxford University Press, Oxford, 2014, introduzione).

E ancora, Hamid Ekbia, University of Indiana, U.s.a., lo scorso anno ha pubblicato (in collaborazione con altri studiosi), in un articolo intitolato “Big Data, bigger dilemmas: a critical review”, una sintesi su interrogativi e problemi di diversa natura legati ai big data. Tra le altre cose venivano messi in luce i gap tra la visione utopistica di quelli che vengono chiamati nell’articolo computerization movements e la realtà.

The purpose of this article is to provide such a synthesis by drawing on relevant writings in the sciences, humanities, policy, and trade literature. In bringing these diverse literatures together, we aim to shed light on the common underlying issues that concern and affect all of these areas. By contextualizing the phenomenon of Big Data within larger socio-economic developments, we also seek to provide a broader understanding of its drivers, barriers, and challenges.” (Ekbia H., Matiolli M., Kouper I., Arave G., Ghazinejad A. Bowman T., Suri R., Tsou A., Weingart S., Sugimoto C.,  Big data, bigger dilemmas: A critical review. JASIST – Journal of the Association for Information Science and Technology)

Come si fa quindi a orientarsi, a colmare la distanza tra un giusto entusiasmo che spinge a parlare su Wired di giovani discoli armati di smartphone e il reale bisogno di capire “attorno a cosa ruoti il gioco”, di ritrovare il proprio posto all’interno di un relativamente nuovo paradigma sociale e culturale? Come è facilmente intuibile, il cambiamento tecnologico non si può ridurre a un semplice miglioramento dei propri mezzi di sussistenza in un’ottica autoreferenziale, ma implica inevitabilmente il sorgere di nuovi quesiti, di ampio respiro, all’interno della società. Richiede forse anche di mettere da parte, per fare scelte costruttive, un certo individualismo che potrebbe essere considerato un elemento principe alla base di alcuni problemi di identità sociale e individuale a cui si è accennato. Non si tratta di ostacolare il corso del progresso e nemmeno di seguirne ciecamente ogni possibile evoluzione, quanto piuttosto di cercare di comprenderne l’andamento e riempire attraverso una coscienza critica e diffusa quel vuoto nostalgico che rende tanto più magicamente sfavillante uno smartphone quanto più scarsa è la comprensione del modo in cui funziona e in particolare della relazione che si instaura tra la persona, l’oggetto e il mondo.

Marta Pellegrini

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