Rainews e la guerra alla semiosi illimitata del terrore

Monica Maggioni ha annunciato che il canale all news della Rai non trasmetterà più i video prodotti dall’ISIS. Una scelta coraggiosa, controcorrente nel mondo dell’informazione, ma certamente professionale e di qualità, in un mestiere dove la presunta neutralità diventa una pericolosa arma a doppio taglio.

“Stop alla propaganda ISIS, non saremo il loro megafono”. Con queste parole, il 25 Febbraio, Monica Maggioni, direttrice di Rainews, ha annunciato che la sua emittente non mostrerà più i video confezionati dallo Stato Islamico. “Continueremo ad informarvi ma mettendo noi tra voi e loro, perché questo è il lavoro del giornalista”. Un esempio calzante di interpretative reporting, ossia l’arte di interpretare i fatti, più che di raccontarli. In un mondo dove chiunque è capace di raccontare un avvenimento, è questo il vero compito chiave della professione giornalistica: interpretare, riflettere sugli eventi, spiegare ai lettori e agli spettatori perché quel fatto è accaduto e quale significato ha. Purtroppo questo non sempre accade.

isis

Lorenzo Cremonesi, inviato di guerra per il Corriere della Sera, ha ricordato, in una lezione tenuta a dicembre scorso all’Università di Bologna, che da anni i reporter portavano sui tavoli delle loro redazioni servizi e segnalazioni in merito al nascente ISIS ma, sino all’auto-proclamazione del Califfato, nessuno ha mai trovato interessante l’argomento.

Il vessillo nero jihadista balza agli onori delle cronache non appena inizia a minacciare materialmente il nostro mondo, rapendo e uccidendo degli occidentali. Le prime vittime sono proprio due giornalisti americani: James Foley e Steven Sotloff.

Particolare è il caso di John Cantlie, reporter britannico rapito in Siria, tutt’ora ostaggio dell’ISIS, che confeziona dei veri e propri reportage sui successi del califfato, sulle battaglie vinte, sulla potenza dell’esercito nero della jihad. Un telegiornale di regime in piena regola, condotto da un anchorman occidentale. Una propaganda di qualità elevatissima, con una regia e un’organizzazione mai viste prima nel terrorismo di matrice religiosa.

I giornalisti si trovano in trincea per la natura stessa della loro professione, trovandosi a combattere su un campo simbolico, ossia di significati. Quello a cui Monica Maggioni dichiara guerra nel suo editoriale è la semiosi illimitata del terrore. Il concetto di semiosi illimitata viene dalla semiotica peirciana: in parole povere, per Peirce ogni significato genera potenzialmente un numero infinito di parole (segni) che si riferiscono ad esso per poterne descrivere la sua interezza. Per cogliere un significato è dunque necessario un accordo su un segno che Peirce chiama interpretante logico-finale, insomma un segno che convenzionalmente rimanda ad un significato senza bisogno di descriverlo nella sua totalità. Ad esempio, siamo in grado di capire il significato della parola “cane” pur senza specificare ogni volta che si tratta di un mammifero, quadrupede e via dicendo.

Lo spazio senza filtri concesso ai video dell’ISIS fa senza dubbio audience, ma genera anche una semiosi illimitata, una infinita serie di segni che richiamano tutti lo stesso significato: il terrore. L’effetto di questo rincorrersi di significanti conferisce all’IS un’enorme potenza simbolica, probabilmente molto più grande di quanto non sia quella reale; l’informazione diventa propaganda: vediamo l’ISIS esattamente come l’ISIS vuole rappresentarsi.

La soluzione a tutto questo non è la censura, coprirsi gli occhi non fa sparire il mostro che abbiamo davanti. È necessario che i giornalisti continuino a informarci sull’ISIS ma, riprendendo ancora le parole della Maggioni, mettendosi tra noi e loro, filtrando, creando un segno che confini e ridimensioni la potenza simbolica dei terroristi, tracciando una linea decisa tra informazione e propaganda.

Leonardo Sanna

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