Tra porno e morte. Estetica del reality

La notizia della morte di alcuni noti sportivi francesi nel corso del reality Dropped ha sconcertato e destato incredulità. Non troppo tra le righe, la domanda “perché?” è stata meglio articolata in “perché campioni olimpici dovrebbero morire in un reality show?”. Proviamo a rispondere da una prospettiva semiotica.

Quando eventi che di solito appartengono alla sfera privata di un individuo, come la sessualità o la morte, avvengono invece nella sfera pubblica, si assiste spesso a un dibattito etico che accusa di voyeurismo gli spettatori. Si parla di “pornografia”, per indicare l’esaltazione e l’ossessione che accompagnano l’atto del guardare. Senza entrare nel merito del dibattito etico, facciamo riferimento alle riflessioni di Eric Landowski in La Società Riflessa per individuare due tipi di soggetti in scena, protagonisti di forme attive e passive del guardare: da una parte c’è lo spettatore che “vuole guardare”, dall’altra c’è qualcuno che “vuole essere guardato”. Quando c’è di mezzo uno schermo è impossibile prescindere dalle logiche di visibilità.

Dunque, come per una qualsiasi narrazione, lo spettatore andrà a cercare in quello che vede una coerenza, un’isotopia, e di fronte alla morte di giovani atleti in un reality show agisce, o meglio reagisce, come di fronte a un’incoerenza. Ma un’incoerenza rispetto a cosa?
La semiotica ci ricorda che alla base di ogni narrazione esiste un patto narrativo che in un certo senso “guida” l’interpretazione dello spettatore. Il fatto che si assista a Il Signore degli Anelli non significa che, nella vita quotidiana, si creda agli elfi e ai maghi, ma perché si possa apprezzare e interpretare correttamente la narrazione è chiaro che bisognerà crederci per tutto il tempo della sua durata. Ma allora se lo spettatore ha accettato per un numero di puntate di guardare atleti olimpici esprimersi in un reality, perché ne avverte l’incoerenza solo di fronte alla morte? La risposta sembra ovvia, perché la morte rompe il contratto, è fuori dal patto, non era contemplata. La morte è reale, troppo reale, e costringe a compiere un atto di individualizzazione, dal personaggio alla persona.

Loghi-reality

“Meanwhile in Italy” le discussioni mediatiche si concentravano sull’Isola dei Famosi nostrana e sul nudo di Rocco Siffredi. (E la notizia quale sarebbe?).
Correva l’anno 2012 quando Valentina Nappi, studentessa di Design all’università e pornostar, intervistata ai microfoni di Luisella Costamagna parlava di una evoluzione morale ed estetica del porno che si sarebbe mescolato ad altre materie. In questo senso, la stessa giornalista lo definì “un’avanguardia culturale”.

Pornografia e morte, ancora una volta, sembrano correre sullo stesso binario.
Viene in mente una riflessione pubblicata su SemioBo qualche anno fa: Simbolico, indicale e… porno. Considerazioni semiotiche su pornografia e mass media. Si parlava della colonizzazione da parte delle sceneggiature e degli stili tipici della pornografia in ambiti apparentemente lontanissimi. In particolare, si offriva una distinzione tra regime indicale, quello del porno inteso come evento realmente accaduto, e regime simbolico, quello della fiction, dove il patto narrativo consiste nell’accettare che quanto si vede sia reale per la sola durata della proiezione.

La pornografia e il reality per definizione hanno in comune l’estetica di realtà: non c’è distanza tra l’oggetto e la sua rappresentazione perché vediamo “ciò che sta accadendo realmente”. In un mondo che ci bombarda di bufale digitali e manipolazioni di immagini, questo acquista maggiore importanza. Reality e pornografia dovrebbero, quindi, ricadere nel regime indicale ma, come diventa chiaro procedendo nella lettura dell’articolo, può accadere che un meccanismo simbolico contamini anche uno scenario perfettamente indicale. Molto prima, Paolo Fabbri individuò nei reality show una mescolanza di fiction-varietà e informazione-documentario, dove l’apprezzamento estetico deriva dal “romanzo dell’autenticità”. Lo stupore destato dalle morti del reality francese rivela proprio questo: nell’atto di guardare si osservano ruoli (partecipanti al reality) non persone (gli atleti Camille Muffat, Florence Arthaud e Alexis Vastine). Questo è il meccanismo del simbolismo, che la morte capovolge.

Pornografia e morte hanno in comune la capacità di patemizzare fortemente la narrazione, ma se la prima rientra nella sfera del piacere e del desiderio, la seconda, in quanto processo naturale irreversibile, ha a che fare con il dovere e, inevitabilmente, con la paura (“Ricordati che devi morire”). Pornografia e morte sono infarciti di passionalità sia in senso attivo che passivo, ma se il porno soddisfa in questo senso entrambi i regimi di visibilità “voler guardare” e “voler essere guardato”, ci si aspetta che questi vengano a cadere di fronte alla morte. In verità questo accade solo in parte poiché di fronte alla morte assistiamo a due processi comunicativi inversi: da un lato una riproposizione continua delle sue declinazioni verbali e visive (basta pensare ai telegiornali, alle cronache o leggere il libro di Susan Sontag “Davanti al dolore degli altri”); dall’altro lato avviene un ripudio della stessa. L’espressione pornografia della morte è stata coniata già nel 1965 dall’antropologo Geoffrey Gorer, ma fa riferimento, appunto, alle immagini di morte violenta, quelle che i media ci propongono in riferimento a qualcosa che avviene lontano dalla nostra realtà. In una cultura come la nostra, che esalta la seduzione, la moda, il corpo, tutto ciò che riguarda vecchiaia e morte viene negato: la morte naturale è un tabù percepito come disturbo al mondo di fantasia che vive di tutto il resto. Tutto ciò che il porno esalta, la giovinezza, la bellezza, la corporeità, la morte lo nega, e in questo senso una narrazione che contiene entrambi procede in maniera dialettica.

Non c’è accusa di voyeurismo né di ossessività che tenga, lo spettatore è assolto.
Di certo, a distanza di otto anni dal saggio di Paolo Fabbri, possiamo confermare che “l’esibizionismo e la sua pretesa oscenità hanno cambiato valore” e non è più il sublime a guidare l’emozione estetica degli spettatori.

Rita Lisa Vella

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