Le foto del Cassero: croce e delizia di uno scandalo

Diceva il proverbio: non si può cantare e portar la croce. I detti popolari ci azzeccano sempre. Se porti una croce a una festa per scongiurare la superstizione, ti ritrovi, a consolle spenta, a difenderti da un rumore che congiura altro rumore. Prove di regia sbagliate o è il gusto del tempo che non manca mai di ripetersi?

Recentemente si è scatenata una bagarre – non solo mediatica – che ha coinvolto il Cassero di Bologna, per alcuni scatti fotografici ritenuti blasfemi. Il contesto è una festa dal titolo “venerdì credici” che, come si legge nel comunicato ufficiale, “ammiccava alle superstizioni e alle credenze che inquinano la nostra cultura”. Non a caso era di venerdì tredici e la superstizione che si scongiurava viene raccontata da alcune foto che accostano simboli religiosi e simboli sessuali per attestare la paura e il bisogno di reagire all’ostilità, al controllo religioso sulla sessualità delle persone omosessuali, bisessuali, lesbiche e transessuali.

Niente di nuovo, niente di osceno, niente di pruriginoso, niente di sconveniente, niente di conveniente; a meno che a farlo non sia (la) Madonna: lei sì che può!
In rete zampillano commenti che difendono le istituzioni e gridano allo scandalo, e controreazioni che chiedono rispetto per la libertà di raccontarsi.

Foto-scandalo-Cassero-Bologna

Le foto “incriminate” sono dei pittogrammi realistici di un racconto non ipocrita sulla realtà e sugli attori di uno schema polemico che esiste da sempre. La rappresentazione tende a restituire alle immagini un contegno di realtà, di adeguatezza dei fatti, di come stanno le cose. Non c’è nulla di obliquo in queste foto: abbiamo dei referenti (la Chiesa Vs la Comunità LGBT) e dei simboli che li designano. Niente di inedito né di iperreale.

Ed è qui il problema.

L’omosessualità costruita da questo discorso posiziona il gay in un campo semantico già demarcato dai fatti, dalla cultura che lo legittima solo per negazione rispetto all’eterosessuale credente. E quest’ultimo, chiamato in causa, si sente autorizzato ad allocare il posto di estraneo ai convenuti alieni.
Il discorso allestito nelle foto-scandalo ripresenta e rappresenta la cultura gay come una realtà incapsulata in uno schema di contrapposizione che nulla toglie alla vivacità del racconto e alla verità delle premesse, ma ha l’effetto di esprimere le identità omosessuali per opposizione e basta.

Se, per esempio, decido di presentare le scelte di una comunità vegana con foto che ritraggono la brutale uccisione di animali, connoto per mera opposizione la scelta vegana ma non dico nulla sull’essenza che la demarca.
Allo stesso modo, le foto scattate durante la festa non raccontano l’omosessualità, ma funzionano da segnaposto: collocano le parti sociali in un antagonismo che alimenta il dispositivo del potere. Potere che è “dappertutto”, come scriveva Foucault. La sua concezione vede il potere come un dispositivo che non ha un’unica vettorialità, non si muove solo dall’alto verso il basso, dall’oppressore verso l’oppresso: perfino la libertà deriva dal potere ed è un suo effetto.
Nel nostro caso, la libertà di fotografarsi immersi tra il sesso vietato e il sacro che vieta non è libertà dal potere ma è l’effetto che questo potere ha su questa presunta libertà.

Non ho una visione tetra delle forme di emancipazione della comunità omosessuale, ma credo che non si possa risolvere il problema dell’affermazione dei propri orientamenti sessuali o tentare una forma di resistenza rispetto alla discriminazione operando sul terreno incandescente dei simboli religiosi: la loro manipolazione scomoda forme di potere che necessitano per morfologia e costituzione di soggetti e antisoggetti. Insomma, cozzano per contratto.
Riproporre la distanza tra religione e cultura gay non libera le coscienze né aiuta a sistemare le cose. Piuttosto legittima, conferma e reclama questa spaccatura non sanata, a cui rimangono legate persone che in buona fede sentivano il bisogno di dare un nome ai loro referenti problematici.

L’enunciatore di queste foto ha scelto di esibire un’opposizione inconsapevolmente complice di un sistema che tratta, marginalizza, categorizza la libertà sessuale, esattamente come chi tenta di amministrarla con il potere. Le foto del Cassero non sono volgari né blasfeme, ma raccontano il gay come oggetto di “una dicotomia (etero/omosessuale) che è essa stessa un prodotto omofobico, proprio come la dicotomia uomo/donna è un prodotto sessista”(Halperin, 2015, p. 66).

In un certo senso, le forze in campo si usano a vicenda per collocarsi le une rispetto alle altre e sono vicarie di una logica che produce uno scontro calcolato con l’alterità: ciò ci oppone l’uno all’altro e non aiuta a rendere vincente una stilistica del sé che invece ci posizioni in un incontro con l’altro.

Simone Weil (1940) scriveva: “chi prende la spada, morirà di spada. Ma chi l’abbandona morirà sulla croce”. Ahimè sembra che i tempi non siano maturi per deporre le armi. Almeno fin quando i diritti civili degli omosessuali non saranno tutelati, riconosciuti dalla legge e dal costume di una società che, mossa da certi automatismi mediati dall’ignoranza, si riscopre vigile solo davanti alla provocazione delle proprie certezze estetiche e morali.

Per il giornalista francese Jean Le Bitoux “il nostro compito, dunque, è diventare omosessuali, non continuare a riconoscere che lo siamo”. E ha ragione: il problema non sta nell’accettazione subculturale di un’omosessualità di periferia, ma nella condivisione squisitamente comunitaria dell’omosessualità come intersoggettiva condizione di possibilità per una civiltà che riguarda tutti: non la categoria.

Se tutto rimane fermo, si giustifica chi attacca per difendersi e chi si difende per attaccare.
Ci si morde la coda.
Queste foto sono il segno di una faciloneria estetica mutuata dai videoclip, autorizzata dall’inerzia di un potere politico che legittima la frizione tra le parti, per poi servirsene strumentalmente.
Mettiamo una croce politica su questa vergogna!

Se si vuol ballare con la croce tra le gambe, rallegriamoci!
O vogliamo aspettare che questa croce, oltre che nello sguardo, si pianti in fronte come in altre parti del mondo?

Fabrizio Binetti

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