Zone di mezzo. Il caso Veronetta di Verona

I quartieri difficili sono ovunque. Nei mass media spuntano ciclicamente: vuoi una via Padova, il Pilastro, Chinatown, San Salvario, il muro di via Anelli o i Quartieri Spagnoli. Ogni media colleziona e adora lo spauracchio urbano del momento. Così perfino Veronetta, quartiere affiancato al cuore di Verona, si trova, di tanto in tanto, ad assumere i contorni etimologici del mostro.

In questa recente sceneggiatura della paura siamo a Verona. Si fa leva sull’ambientazione serale, introdotta subito dopo l’emblematica copertina dal giornalista F. Brancatella con un incipit piuttosto significativo (“vicolo di spaccio qui”), e si gioca sull’inquieta e discontinua scia della camera a mano (“[loro] vedono arrivare la telecamera”). L’unico elemento in grado di trasmettere un senso di protezione, almeno per il pubblico, è l’onnipresente semi-soggettiva degli operatori.

La sceneggiata – così sarebbe meglio chiamarla – dei nostri intrepidi reporter si infarcisce di musiche e montaggi quantomeno scorretti. Le becere considerazioni scambiate fra il giornalista (istituzione legittimata a osservare e su cui l’intera focalizzazione si concentra) e l’abitante che lo accompagna per Veronetta in veste di Cicerone costruiscono la natura sempiterna del preteso conflitto.

Per Brancatella siamo di fronte a un “naturale luogo di scontro” che esige quindi eterodosse strategie d’adattamento, come il “razzismo difensivo”. Brancatella, trasformatosi in opinionista d’assalto, ritiene di aver capito tutto, quasi per illuminazione… Gli improvvisati sociologi mantengono costante il livello tensivo dell’intera struttura narrativa, costruzione complementare del protagonista e del suo aiutante:

“vicolo di spaccio” (B.) ma anche “vicolo di paura” (M.)
“ci hanno visto e sono scappati” (B.) e allora “voi andate, io resto qui” (M.)
“questa è zona di confine [come nella mappa fra la zona A e la zona B in via XX settembre]”(B.) e ricordate che “può valere per altre zone di Verona, il veronese comincia ad aver paura…” (M.)

Ed ecco alcuni stralci della degna conclusione dell’operetta firmata Brancatella:

“uno dei danni collaterali della crisi in corso…in un qualunque quartiere di semi-periferia urbana…naturale punto di scontro fra residenti ed immigrati, regolari e no… siamo nel quartiere Veronetta a Verona, ma potrebbe essere in qualunque altra città italiana… cittadini che fanno esplicita professione di razzismo difensivo… sono 113mila gli immigrati legali in provincia di Verona, più un numero non quantificabile di clandestini… numero destinato a crescere via via che anche nel ricco nord-est avanza la crisi economica, con una forte riduzione dei posti di lavoro e conseguenti permessi di soggiorno”

Lasciamo da parte l’allarmismo razzista e la sua messa in forma giornalistica così ben farcita di riconosciuti personaggi dell’estrema destra veronese e usi strumentali del lessico accademico (razzismo difensivo vs espansivo). Piuttosto concentriamoci sul quartiere e indichiamo quali aspetti legittimano questa retorica neorazzista.

Parte della primissima periferia a est del centro storico, Veronetta assume topologicamente caratteri di autonomia e indipendenza forniti dall’interruzione del fiume (a ovest), della circonvallazione che segue il profilo dei bastioni (a sud), delle colline (a nord) e infine della cinta muraria austriaca di porta Vescovo (a est) che la separano dal quartiere Borgo Venezia.

Veronetta

L’immagine di Veronetta si lega alla dicotomia centro storico vs periferia, connettendo a questo dualismo una miriade di altre opposizioni. L’assiologia, ovvero il posizionamento dei valori sociali, promette “mediaticamente” una costante associazione fra il concetto di centro e la marca diurna, positiva (euforica), mentre nella periferia analizzata si estende il mondo notturno, terribile e negativo (disforico) del quartiere mostruoso, emarginato quel tanto che basta perché possa essere additato.

Di recente istituzioni, palazzinari e altri soggetti si sono però accorti che Veronetta è centro storico considerato erroneamente periferia. Un luogo di passaggio, una zona di mezzo in dovere di assumere ancora una volta un ruolo definito. La partita di oggi si gioca soprattutto fra la paura (il quartiere è malato) e/o il profitto (il quartiere va gentrificato). Voci, evidentemente, complementari.

Come si crea quindi l’opportunità per un dibattito di questo tipo?

Veronetta è suddivisibile in due aree, da ovest (zona A) a est (zona B), i cui caratteri rispondono a emblematiche popolazioni allogene e di confine, installate e diffuse su tutto il quartiere: universitari (zona A) e migranti (zona B). Il quartiere concentra la sua essenza in quel tronco centrale, chiamato via XX settembre, da cui diversi effluenti conducono negli interstizi invisibili delle vie collaterali, coinvolgendo un’immagine di quartiere segreto, difficile, fatto di contraddizioni, di elementi liminali, di compromesso, disturbo o creazione. In questo limbo semantico (dalle case popolari alle gallerie d’arte) si forma una diversificata serie di termini complessi, generati dalla presenza di locali alternativi per i giovani universitari, negozietti “etnici”, vintage secondo la nuova moda, sindacati, caffè evangelici, circoli libertari etc. Lo sconfinamento è di casa e, ancora una volta, sembra difficile far assumere al quartiere una definizione certa.

Via-XX-Settembre-Veronetta

Scorcio di via XX settembre, guardando verso la periferia (est).

Anni fa il modello centro spingeva verso un isolamento del lazzareto-Veronetta, puntando solo su sistematiche operazioni di censura, repressione e intimidazione poliziesca: si parla di rastrellamenti ai danni dei migranti come, per quanto rare, identificazioni “di massa” nei locali studenteschi, e perfino di spedizioni di picchiatori in odore di goliardia – istituzionalmente benedetta. Oggi, proprio quella marea di buoni sentimenti normativi provenienti dal centro (e in salita dalla zona A), desidera convertire, plasmare, inglobare. In una parola gentrificare piuttosto che, come un tempo, respingere il cattivo quartiere anomico.

La natura del ‘conflitto Veronetta’ risiede in questa strana schizofrenia del suo uso, fra chi ha bisogno del quartiere spaventoso, chi del quartiere miserabile, chi di entrambi. Veronetta è mostruosa, incomprensibile spesso anche per chi la vive quotidianamente.

Molti quartieri come questo vivono infatti l’esperienza tipica di uno spazio fra l’incudine e il martello, fra passeggiata turistica e quartiere dormitorio, fra bacino di voti e barricata, fra opportunità economica e vita multiculturale: battuti, spezzati e modellati così come un certo tipo di struttura dotata di senso-legittimo vuole, secondo il caso e l’opportunità del momento. Il luogo è punito o modellato, o entrambe le soluzioni. In ogni caso simbolizzato.

Nei prossimi anni avremo una Veronetta capro, per sfogarsi, e limata e perfezionata caritatevolmente come una materia rozza bisognosa di cure amorevoli.

Solo quando il mostro Veronette avrà un nome e un ruolo preciso, l’attenzione di molti si rivolgerà a un nuovo quartiere di mezzo.

Matteo Modena

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