Andreas Lubitz e l’elogio della follia

La vicenda Germanwings ha rimesso al centro dell’attenzione la nostra irrazionale paura verso il disagio mentale, in un ingiustificato tentativo di sfuggire alla nostra natura umana.

Depresso, pazzo, folle, quanti altri sinonimi di questi aggettivi avete sentito, in questo ultimo mese, accostati ad Andreas Lubitz, il copilota della Germanwings che ha deliberatamente condotto il suo aereo a schiantarsi sulle Alpi francesi.

Foto-Andreas-Lubitz

Di follia e malattia mentale si è scritto a fiumi, negli ambiti più disparati: saggi sociologici, psicologici, testi giuridici, poetici. I nostri anziani si ammalano sempre più di alzheimer, eppure la dimensione del malato mentale sembra non appartenere affatto alla nostra vita quotidiana. È confinata, in un luogo lontano. È difficile scrivere di disagio mentale senza cadere in parole dal significato stigmatizzante, forse anche ghettizzante, semanticamente parlando. Io stesso, nonostante mi stia sforzando di pesare ogni singola parola, non riesco a dare loro un significato neutro, semplicemente perché non esistono nella nostra lingua.

Forse tutto ciò nasce dal fatto che la malattia mentale si può osservare solo dall’esterno (o quasi), e dall’esterno non riusciamo a dare un significato ai gesti di un “matto”. Non riuscire a dare significato a qualcosa ci terrorizza a tal punto che la nostra paura si riflette su un’intera area semantica e la pervade. Siamo spaventati dalla mancanza di senso, dal vuoto di significato, dall’impossibilità di collocare un qualcosa in un sistema “conosciuto”. Se è vero che i significati esistono solo come contrapposizione ad altri significati, è evidente che tutto ciò che è esterno alla nostra coscienza individuale viene brutalmente diviso in due categorie: buono (per noi) e cattivo (nel senso di nocivo).

Cosa c’è di così terrificante nella mancanza di senso? È così difficile e angosciante accettare che non tutto può essere né spiegato né previsto? A quanto pare sì, ed è un meccanismo che viene ricondotto al nostro istinto di sopravvivenza: una sorta di equazione che recita “se non posso conoscerlo, allora è pericoloso per me”.

Sempre per via di quella paura così istintiva che ci pervade davanti a gesti per noi insensati, ci si è affrettati ad appiccicare addosso a Lubitz un’etichetta, quella di “depresso”, per giustificare il suo gesto. Non solo l’etichetta di depresso non si addice per niente al comportamento omicida-suicida di Lubitz, come spiega il prof. Emilio Sacchetti in un’intervista al Corriere della Sera, ma viene ingiustamente criminalizzata un’intera categoria, composta da persone per le quali la stigmatizzazione sociale può essere una vera e propria condanna a morte. Lo sottolinea Anne Skomorowsky su Slate (qui l’articolo in italiano).

Forse la nostra paura risiede nel timore che un giorno potremmo trovarci noi dall’altra parte del muro, a combattere i fantasmi della nostra mente; eppure questo dovrebbe renderci ancora più consapevoli di quanto sia umano essere “pazzi”, dovrebbe farci venir voglia di ripescare da quel ghetto semantico tutti i pazzi, ritardati, depressi, rincoglioniti; ripescarli tutti per stringerli a noi, facendo vincere la legge dell’uomo, la legge della ragione, e non la legge della giungla, la legge del più forte.

Non sono bastati secoli di storia e di riflessioni filosofiche a farci scrollare di dosso questa paura ancestrale, e di certo questo post non pretende di farlo. Allora, forse, è il caso di lasciar parlare la musica.

Leonardo Sanna

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