Da Bob Dylan a Jovanotti: a proposito di videoclip interattivi

Nuova frontiera dell’audiovisivo, il video interattivo è sempre più utilizzato nell’industria musicale. Quando però un video interattivo può dirsi davvero riuscito? I casi di Jovanotti e Bob Dylan possono spiegarcelo.

In occasione dell’uscita del singolo Gli Immortali, Jovanotti ha realizzato un video interattivo nel quale attraversa per cinque volte una New York innevata e deserta. Mi spiego. Il video è interattivo perché lo spettatore può alternare cinque piani sequenza differenti, in cui Jovanotti fa più o meno la stessa cosa: canta, passeggia e saltella.

Immagine post Gianluca

I videoclip interattivi esistono ormai da qualche anno: ad esempio, dal 2007 gli Arcade Fire ne hanno realizzati diversi per promuovere i loro singoli. Da un lato l’interattività coinvolge lo spettatore, che di volta in volta può vestire i panni del regista, del montatore o in alcuni casi dello sceneggiatore del video. Dall’altro, si può dire che un video di questo genere riesce particolarmente bene solo se, per mezzo dell’interattività, i significati di una canzone vengono elaborati ed espansi rispetto a un normale videoclip.

Esempio. La stessa casa di produzione del video di Jovanotti ha creato un video per Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Il principio è lo stesso de Gli Immortali: lo spettatore può comporre il videoclip scegliendo tra diversi “sotto-video”, passando da uno all’altro in una sorta di zapping. Infatti si tratta proprio di questo: la cornice del video è un televisore e nei diversi filmati sono rappresentate le parodie dei programmi televisivi americani, alcuni girati dagli stessi protagonisti della tv d’oltreoceano. Già la faccenda sembra più interessante delle passeggiate di Jovanotti, ma cosa c’entra con la canzone?

Il video, grazie all’interattività, declina i temi della canzone in altre figure. Dylan canta di una ragazza snob che dopo il college finisce fra i mendicanti diventando una “rolling stone”, in balìa delle difficoltà della vita da senzatetto. Allo stesso modo, lo zapping fra i canali della tv generalista americana fa rotolare senza sosta da un programma all’altro: si è preda del palinsesto televisivo, e in ogni programma tutti cantano la canzone di Dylan in playback. “How does it feel”? L’effetto è alienante, non si può fare altro che cambiare canale. Un rotolare virtuale, fermi davanti allo schermo.

Ora torniamo a Jovanotti. La canzone definisce immortali le persone che inseguono i propri sogni e vivono la propria vita senza perdersi d’animo. Nel video l’immortalità è resa dal vagare solitario di Jovanotti nelle strade quasi deserte e innevate della Grande Mela. Fin qui i conti tornano, ma che cosa dà in più l’interattività alla canzone? Quale incremento di senso comporta il passare da un piano sequenza all’altro? A parte pensare al povero Jovanotti che gira cinque volte il video a temperatura sottozero (è davvero immortale), nessuno.

Se è tutto qui, è un po’ poco.

Gianluca Nicoletta

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