Vivere in ombra. Intorno alla fotografia vincitrice del World Press Photo 2015

“Jon and Alex” che ritrae due ragazzi omosessuali in un momento di intimità è la fotografia dell’anno. Lo scatto, realizzato in Russia, è diventato il manifesto della lotta all’omofobia nel Paese di Putin.

Jon e Alex sono gay. E vivono a San Pietroburgo.
Sono nella loro camera, al buio. L’unica fonte di luce, da destra, si muove tra le pieghe delle tende facendo riconoscere i loro volti.
La giuria del World Press Photo 2015 ha decretato “Jon and Alex” vincitrice del premio fotografico più ambito a livello internazionale.
L’autore è Mads Nissen, fotogiornalista danese, che da molto tempo si occupa del tema dell’omofobia. Problema divenuto sempre più concreto in Russia dopo l’approvazione della legge anti-gay, lo scorso giugno 2013, che vieta la propaganda dell’omosessualità.

Copertina e immagine nel testo Mario

L’immagine è del tutto in linea con la filosofia del WPP che non premia solo fotografie giornalistiche, ma anche quelle che esteticamente riescono a riprodurre la condizione umana.
Lo scatto ha la rara qualità di essere fuori dal tempo e dallo spazio. Potrebbe essere stato realizzato oggi o il mese scorso. Nella sua struttura compositiva non ha potere cronachistico, la denuncia è delegata al suo senso.
La staticità delle pose affida all’immagine una certa sacralità. Il ragazzo sdraiato, sappiamo essere vivo, ma sembra quasi morto o in estasi. La loro posizione ricorda, rivisitandolo, un tema famoso della storia dell’arte: il compianto a Cristo morto. Il dolore apparentemente assente in “Alex and Jon” è, in realtà, largamente suggerito, come anche la dimensione erotica che il contatto leggero dei due corpi mette in moto.
Nella stanza monocromatica, l’unico elemento di interruzione sono le pesanti tende sullo sfondo. Non ci sono i vestiti, non c’è arredamento. Lo spazio è spoglio come i loro corpi. Il dentro, il privato diventa la metafora del riparo dalla strada.
La fotografia di Nissen gioca sulle oscurità. L’unica fonte di luce, proveniente da un fuori-testo, permette di creare una serie di rimandi tra buio-luce che diventano la metafora della loro condizione di discriminazione.

I due sembrano essere sospesi nel nulla. La parte bassa del loro corpo si unisce al nero delle tenebre fino a diventare un’ombra sul muro di sinistra. I loro busti, invece, sono riconoscibili ma non distinguibili. Jon, il giovane che accarezza il suo compagno disteso, ha connotazioni androgine. Tutta questa incertezza, non definizione di luci e spazi, conferisce alla scena grande ambiguità.
È altamente caricata la dimensione della privatezza: tant’è che lo spettatore non viene convocato minimamente. I due giovani non guardano l’obiettivo della macchina fotografica, non ci interpellano con lo sguardo. Questo divide le nostre e loro coordinate spaziali, rendendoci quasi dei voyeur.
Loro sono nello spazio chiuso, non-pubblico, sono lì dove solo possono essere uniti, legati.

Mario Panico

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