L’Isis, l’Albukhary Foundation Gallery e il Dimenticato che diventa memoria

[…] Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, femminismo contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

Nel 1909, a Parigi, la distruzione diventava poesia e i poeti si facevano guerrieri: si chiamava Futurismo.

La fierezza e l’ardore del futurista, a volto scoperto, non permettono alcun rapporto analogico su quanto accaduto in Iraq, nel museo di Mosul o alla città assira di Nimrud, a opera dei jiadhisti dell’ISIS.

Tanto che i risultati divergono profondamente. Da una parte abbiamo un manifesto provocatorio, quello futurista, che prometteva di risolvere l’adamitico dilemma dei nani sulle spalle dei giganti, attraverso un cambiamento prospettico: i nani possono afferrare il progresso da soli, non hanno più bisogno della memoria degli antichi (giganti). E creano il nuovo perché sostituiscono il presente al passato.

Dall’altra parte assistiamo alla distruzione della memoria che crea memoria: i soldati dell’ISIS distruggono e noi scopriamo un passato artistico e culturale che avevamo dimenticato.

Da qui nasce l’idea dell’Albukhary Foundation Gallery of the Islamic World, che aprirà nel 2018 all’interno del British Museum di Londra. Gli obiettivi preposti sono i più nobili “[…] is to promote dialogue and understanding between peoples, cultures and civilisations”.

Manal Dowayan

Premesso che l’ISIS abbia capito su quali valori si basi l’occidente, ecco certo che la notizia della distruzione di un’opera d’arte assume il senso della cancellazione di quella memoria che permette di esistere e fondare l’avvenire della cultura occidentale.

Quei giganti che avevamo abbandonato per un attimo sono ancora lì e noi ancora sulle loro spalle.

Ora la domanda è: a chi è destinata un’operazione come l’Albukhary Foundation Gallery? Al mondo occidentale, visto come vittima passiva o attiva della nuova ondata islamofobica o al mondo islamico?

È interessante notare come in Europa e negli Stati Uniti esistano già collezioni interamente dedicate all’arte islamica, dal Louvre al Metropolitan Museum of Art. E poi Palermo, che ospita, all’interno del castello arabo-normanno della Zisa, oggetti prodotti in Sicilia e nell’area mediterranea tra il IX e il XII secolo.

Se destinata quindi all’occidente, l’Albukhary Foundation Gallery, eccoci a Palermo dove è forse sufficiente una passeggiata per capire come la vita abbia assunto e continui a prendere le forme di un passato arabo-islamico ancora presente. Basta guardare la cattedrale: sembra una moschea. E la cassata, il suo ripieno, fatto di un dolce così arabo. E ancora, i cantastorie che continuano a recitare gli insegnamenti di Ibn Hamdis.

Se si è pensato invece di destinarla al mondo islamico, può essere illuminante la domanda e la risposta che si diede Pietrangelo Buttafuoco in un’intervista del 2011: “Caduti i leader arabi, fantocci stipendiati dall’occidente, chi può dire cosa arriverà? L’unica verità è che il Maghreb vive in uno stato di decadenza spaventosa e non saranno queste rivoluzioni, così eterodirette, a rivelarci alcunché. E poi tutto il nostro armamentario ideologico lì non funziona. Non funzionano l’egualitarismo, il concetto di libertà o di democrazia, le nostre chiavi di lettura.

L’idea dell’Albukhary Foundation Gallery si contrappone talmente alla distruzione della produzione artistica in Iraq da affermare per paradosso l’assiologia positiva di un vandalismo che crea memoria. Una così debole idea di conservazione, infatti, non può che attirare che per qualche secondo l’ammirazione e il compiacimento di un lettore mediocre o disattento.

Andrea Zenoni

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