C’era una volta l’Italia, con Sergio Leone

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino espone C’era una volta l’Italia, una mostra a tema dedicata al cinema di Sergio Leone. In pochi passi ben articolati si racconta la vita di un genio che, oltre a dirigere dei film, ha dato corpo all’immaginazione infantile di almeno due generazioni di italiani, e non solo.

Sergio Leone è stato definito come il primo regista postmoderno. Un regista che ha cercato di far rivivere il western americano come quello di John Ford e ha finito per inventare il western all’italiana, il famoso spaghetti western.

Il Museo Nazionale del Cinema vi si dedica con cura: per dialogare con un nome grande come quello di Sergio Leone serve spazio e tranquillità. La mostra si arrotola a spirale lungo le pareti della Mole Antonelliana di Torino, il cui interno cavo custodisce gelosamente l’area espositiva.

Si parte dall’apprendistato, lungo, di Leone a Roma: Quo vadis, Ben Hur, Gli ultimi giorni di Pompei, sono i film a cui collabora.

Nonostante sia incredibilmente noto per la sua maestria, si tratta di un autore che ha prodotto un numero ridotto di film: sette, per la precisione. Grande appassionato dei film western che erano esplosi nel decennio precedente, sognava una rinascita per il genere che negli anni sessanta veniva già dato per morto. E il western di Sergio Leone è connotato dalla sua passione e dalla rivisitazione delle pellicole da cui traeva ispirazione. Il percorso dedica una piccola sezione a ogni film e appositi schermi mostrano le scene citate dal grande maestro: una su tutte, quella del duello di Per un pugno di dollari con Clint Eastwood, (che dovette la sua fama di cowboy proprio a Sergio Leone), che prende le mosse dalla quasi identica scena di duello di Yojimbo di Akira Kurosawa.

Attorno a Sergio Leone sono gravitate alcune delle personalità che hanno fatto il cinema italiano e non solo. Uno su tutti Ennio Morricone, a cui si aggiungono, tra gli altri, Harry Fonda e Clint Eastwood, il più nostrano Terence Hill, per finire con il meno noto ai non appassionati, lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni. Quest’ultimo, in un’intervista rilasciata tempo fa in occasione della pubblicazione del suo libro Pane e cinema, così rispondeva alla domanda “cos’è il cinema?”: “mah, semplicemente, la vita. Per me è stata la vita.”

Proseguendo nel percorso si scoprono diversi dettagli personali del regista: il fatto che Ennio Morricone e Sergio Leone, tutti e due di Trastevere, andarono per qualche tempo a scuola nella stessa classe. O il fatto che, fino a dopo la produzione dei suoi primi due western, girati in Europa, Sergio Leone non era mai stato in America e nemmeno parlava inglese.

Insomma tra didascalie ricche di informazioni, manifesti, clip, sceneggiature battute a macchina, oggetti di scena, interviste e musiche di sottofondo, la mostra ripercorre tutti i film del grande regista e con essi, buona parte della sua vita.

La musica, appositamente studiata, che assegnava a ogni personaggio il suo tema inconfondibile, le riprese ricche di citazioni, l’immancabile tocco personale che ha fatto di una passione un genere e in alcuni casi un racconto intimo, riporteranno sicuramente molti dei visitatori indietro nel tempo, all’infanzia vissuta in un’Italia dove il cinema era magia e in cui anche nei paesi di provincia si sognava la prateria.

I capolavori raccontati nella mostra includono i lavori da regista: Il colosso di Rodi (1961), Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966), C’era una volta il West (1968), Giù la testa (1971), C’era una volta in America (1984); e quelli da co-regista: Gli ultimi giorni di Pompei (1959), Il mio nome è Nessuno (1973).

Con quest’ultimo film – recita una didascalia – Leone dette un cordiale saluto al western. Molti lo ricordano per la divertente presenza di Terence Hill e altri invece sorridono con affetto, ritrovando un Harry Fonda un po’ invecchiato (era lui il protagonista di C’era una volta il west), che prende congedo dalla sua vita di grande pistolero.

Ultima misteriosa chicca: poche pagine per un ipotizzato “colossal” sull’assedio di Leningrado, che Leone non fu mai in grado di girare, ma che ispirò nel 2001 il film di Annaud Il nemico alle porte.

In conclusione non può non venire in mente Quentin Tarantino. Sempre Vincenzoni alla domanda “le piace Tarantino?” risponde in modo amichevole e simpatico: “Noooo. Anche se è un mio ammiratore, eh: tutta la sua follia nasce da Leone, i nostri film lui li sa a memoria.

Marta Pellegrini

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